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More-than-Human Histories of Rural Landscapes in the Andes, 19th-20th century

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Le dinamiche essere umano-natura hanno plasmato i paesaggi andini

Il lavoro di conservazione ambientale spesso cerca di creare luoghi idillici “incontaminati”, ma la ricerca sulle zone umide andine dimostra che questi ambienti privi di esseri umani sono storicamente imprecisi e controproducenti.

I paesaggi rurali sono forgiati dalle interazioni umane e non umane, espresse ad esempio dai cambiamenti stagionali delle precipitazioni, dalle attività agricole o dallo scavo di miniere a cielo aperto. «Se da un lato questi processi conferiscono a determinati paesaggi le loro caratteristiche distintive, dall’altro i loro intimi intrecci umani e non umani non sono sempre armoniosi», spiega Hanne Cottyn, coordinatrice del progetto HI-LANDeS(si apre in una nuova finestra), sostenuto dal programma di azioni Marie Skłodowska-Curie(si apre in una nuova finestra). HI-LANDeS si è interessato alle trasformazioni che hanno plasmato i paesaggi rurali delle alte Ande negli ultimi 200 anni, in particolare nell’area nota come “altiplano”(si apre in una nuova finestra) che collega la Bolivia occidentale e il Cile settentrionale. Attraverso due casi di studio, i dati storici ed etnografici offrono nuove prove sulla storia delle multispecie e sulla competizione per le risorse in queste zone umide (ora) protette. «Rivelare queste storie, che sono state in gran parte tenute ai margini, al punto da essere quasi messe a tacere, aiuta a spiegare alcune sfide ambientali attuali», aggiunge Cottyn, attiva presso l’Università di Gand(si apre in una nuova finestra), che ospita il progetto.

Svelata la storia multispecifica delle zone umide andine

Grazie alle loro potenzialità per la cattura del carbonio e al ruolo di regolazione dei flussi d’acqua, le zone umide sono diventate punti cruciali per il lavoro di conservazione ambientale. HI-LANDeS era interessato all’altiplano andino in parte perché le culture indigene resistenti vi hanno prosperato per millenni, nonostante le temperature estreme. Tra queste vi sono gli uros(si apre in una nuova finestra), compresi i pescatori e i cacciatori-raccoglitori del lago Poopó, e gli aymara, allevatori di lama e alpaca all’interno dei parchi nazionali al confine tra Bolivia e Cile. Combinando ricerca d’archivio, etnografia multispecie e metodi di co-creazione, HI-LANDeS ha descritto le relazioni mutevoli tra l’essere umano e la natura, in particolare a partire dalla fine del XIX secolo, quando le aree rurali sono state integrate nei nuovi Stati e mercati indipendenti. Nei parchi nazionali, la ricerca sul versante boliviano si è basata soprattutto sulle storie orali e sulla collaborazione con gli archeologi. Oltre il confine, l’attenzione si è concentrata sugli archivi relativi all’annessione dell’area allo Stato cileno dopo la Guerra del Pacifico. «I documenti, le memorie indigene e il paesaggio stesso conservano tracce di come i non umani, ad esempio gli animali e le piante, contribuiscono a plasmare i paesaggi locali. Usando questa lente multispecie, abbiamo descritto, ad esempio, come la plant(si apre in una nuova finestra) (totora), una canna in passato molto abbondante nel lago Poopó, sia stata a lungo una sorta di alleato delle comunità uru, permettendo loro di costruire il proprio territorio», spiega Cottyn. Le pratiche di co-creazione nelle due aree di interesse hanno permesso di identificare alcuni modi in cui la ricerca può contribuire alle priorità locali; da qui è nato un archivio digitale, realizzato con le comunità uru del lago Poopó, che ora contribuisce con prove storiche al lavoro svolto da questo popolo per aumentare i propri diritti fondiari. Al contempo, il progetto sta anche sviluppando percorsi escursionistici nel Parco nazionale di Sajama(si apre in una nuova finestra) per incoraggiare i visitatori e gli abitanti del luogo a scoprire le storie dinamiche e i compromessi legati alle attività passate di estrazione delle risorse e, secondo Cottyn, probabilmente anche a quelle di conservazione attuali. «Le mie lunghe conversazioni e passeggiate in queste aree hanno reso vivi i processi storici e gli intrecci tra l’essere umano e la natura», aggiunge Cottyn.

Un approccio alla conservazione più equilibrato tra l’essere umano e la natura

HI-LANDeS, che concentra l’attenzione sulle Ande, offre alcuni contributi alle politiche dell’UE come il Green Deal(si apre in una nuova finestra), o più specificamente allo sviluppo, da parte dell’Unione, di «una visione a lungo termine per le aree rurali dell’UE fino al 2040»(si apre in una nuova finestra). Per questo motivo, l’équipe del progetto ha partecipato a diverse attività di scambio di conoscenze e sta preparando alcune pubblicazioni. «La nostra ricerca offre spunti per una delle sfide socio-ambientali chiave attuali: evitare di presentare la conservazione ecologica e la gestione del territorio da parte dell’essere umano come contrapposte», osserva Cottyn. «La cogestione del Parco nazionale da parte delle comunità Sajama, ad esempio, dimostra come le aree protette possano rimanere paesaggi dinamici in evoluzione e non una tela congelata e antistorica.» Cottyn, che oggi vive nel Cile settentrionale, sta continuando a lavorare all’archivio della comunità uru e alle passeggiate storiche del Parco nazionale di Sajama, con un nuovo progetto basato sui risultati di HI-LANDeS.

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